La musica non è solo una sequenza di note, ma un filo invisibile che unisce anime e storie. Nel mio lungo viaggio musicale, ho avuto il privilegio di incrociare talenti straordinari, ma ci sono incontri che lasciano un segno più profondo degli altri. Uno di questi è senza dubbio quello con Riccardo Pecoraro, artista raffinato e anima pulsante della cultura caprese.
Un ponte chiamato Gino Federico
Il mio incontro con Riccardo è avvenuto grazie a un altro indimenticabile protagonista della scena musicale di Capri: Gino Federico. Fu proprio Gino a farci conoscere, offrendomi l’opportunità di condividere con Riccardo numerosi momenti di pura creatività.
Grazie a quell’intuizione di Gino, ho avuto l’onore di partecipare a diversi eventi con lo storico gruppo “‘A Meza de Seje”, un’esperienza che porto nel cuore e che mi ha permesso di toccare con mano la forza della tradizione popolare isolana reinterpretata con maestria.
Riccardo Pecoraro: Un narratore tra mare e cielo
Conoscere Riccardo significa entrare in un mondo dove la chitarra classica dialoga con la poesia. I suoi lavori, che invito tutti a scoprire sul suo blog Il Cielo di Capri, sono frammenti di un mosaico che racconta l’isola, le sue fragilità e la sua immensa bellezza.
A testimonianza della profondità della sua proposta artistica, la critica ha spesso evidenziato come la sua musica sia un viaggio che parte dalle radici di Capri per abbracciare il mondo, dove la tecnica chitarristica si fonde con una sensibilità poetica rara.
“La Pasqua Napoletana”: Il Sacro nel Canto del Popolo, un capolavoro di fede e musica
In questo particolare periodo dell’anno, il mio pensiero va a quella che considero la sua opera più imponente e sentita: “La Pasqua Napoletana”. Quest’opera in musica di Riccardo Pecoraro rappresenta un unicum nel panorama della world music sacra.
Nata dall’intuizione umile di un nastro registrato per voce e chitarra, l’opera ha trovato la sua veste monumentale grazie alla collaborazione con il M° Roberto Altieri del Conservatorio San Pietro a Majella. La forza dell’opera risiede nella sua raffinata architettura sonora. Il tessuto connettivo è la lingua, su cui si innesta un sincretismo musicale sbalorditivo. Da un lato, l’opera dialoga con la tradizione del Sud Italia e l’eco rituale di fujenti e battenti (come sottolineato dal M° don Vincenzo De Gregorio); dall’altro, si apre a contaminazioni inaspettate, come i ritmi andini e l’uso del tiple sudamericano. Questa combinazione modale e ritmica conferisce all’opera un respiro transnazionale: il Golgota non è più solo una collina della Palestina o un vicolo di Napoli, ma un luogo dell’anima universale.
Una Sacra Rappresentazione contemporanea
Il risultato è una poderosa “Sacra Rappresentazione in chiave contemporanea”, capace di fondere il misticismo teologico con le pulsazioni viscerali della cultura partenopea.
Dall’apertura sospesa de “Il deserto” alla chiusura strumentale de “la Notte”, l’opera affronta i grandi archetipi del Vangelo rileggendoli attraverso la sensibilità umana:
Brani come “I Pescatori” cantano l’umiltà fiduciosa del Verbo.
“Osanna” evoca la marcia trionfale di Cristo, aprendo però una riflessione amara sulla volubilità delle masse.
La tensione etica esplode ne “I mercanti da Caifa” e ne “La pietra”, dove la dottrina si fa denuncia sociale e invito alla tolleranza attiva contro l’ipocrisia del potere.
Non manca l’introspezione psicologica: l’intimità di Marta e Maria (l’equilibrio tra ascolto e azione) e lo strazio umano del Getsemani ne “L’Addio” mostrano un Cristo vicino alle paure di ogni uomo. Come evidenziato dai critici dell’epoca, il lavoro riesce nell’impresa di annullare i confini cronologici, rendendo il passato un presente eterno e vibrante.
Un’opera d’arte totale
“La Pasqua Napoletana” è un’opera d’arte totale che raggiunge il fine più nobile della creazione estetica: costringe a pensare oltre che a sentire. È un viaggio catartico tra chitarre, cori polifonici e silenzi densi di mistero, che sposa felicemente la ricerca spirituale con l’indagine laica dell’Io, risolvendosi in un inno finale all’amore puro che, per la sua immensità, non ha bisogno di parole per essere cantato.
Un ringraziamento personale
Condividere il palco e lo studio con Riccardo è stato per me un arricchimento costante. In ogni accordo scambiato, in ogni prova e in ogni evento vissuto insieme, ho sempre percepito quella dedizione totale all’arte che solo i grandi maestri possiedono.
Grazie Riccardo, per la musica che hai donato a Capri e per quella che abbiamo avuto la fortuna di suonare insieme.
Nota di lettura: La recensione sintetizza i contributi di musicisti, giornalisti (Rai, Il Roma) e professionisti della cultura raccolti tra il 2006 e il 2014.
Inoltre, per chi desiderasse immergersi totalmente nell’ascolto dell’intera “World Music Opera”, è disponibile il video integrale dell’album che raccoglie tutti i brani, dall’apertura de “Il Deserto” alla chiusura strumentale.
“La musica è l’unico linguaggio che permette a un nonno e a un nipote di parlare la stessa lingua, senza bisogno di troppe parole.”
C’è una gioia profonda nel vedere i propri nipoti accostarsi alla musica. Per me, non è solo una questione di note, ma un “dialogo tra generazioni” che si nutre di affetto e di studio costante. In questi anni, ho cercato di essere per loro non solo un nonno, ma un compagno di viaggio, offrendo la mia esperienza come bussola e la mia casa come un piccolo auditorium dove sentirsi liberi di sbagliare, imparare e, infine, emozionare.
Un cammino condiviso tra famiglia e scuola
Il talento di Giovanni è stato plasmato da guide esperte. Un ringraziamento speciale va al M° Fabio Iannuzzi, che per tre anni alla scuola secondaria ha gettato le basi tecniche. Oggi, questo percorso prosegue al Liceo Musicale con il M° Cosimo Antitomaso (chitarra) e il M° Francesco Mattiello (sax).
In questo contesto, il mio contributo è stato quello di un “custode della passione”. Tra una lezione e l’altra, abbiamo trascorso ore insieme a decifrare spartiti, a curare l’intonazione e a cercare quel “tocco” che trasforma una sequenza di note in un’emozione. Suonare insieme a loro è stato il mio modo per trasmettere non solo la tecnica, ma l’Anima che la musica richiede.
Cronostoria di un legame: 2022 – 2025
2022 – L’Inizio
Ricordo ancora l’emozione dei primi accordi. Giovanni muoveva i primi passi e io cercavo di sostenerlo con il ritmo della mia chitarra.
Natale 2023 – Inno alla Gioia: L’Armonia che Unisce
Per il Natale del 2023 abbiamo scelto un classico senza tempo di Beethoven. Eseguire l’“Inno alla Gioia” insieme a Giovanni è stato un momento simbolico: la musica che celebra la fratellanza e la gioia universale, proprio come quella che viviamo nel nostro piccolo auditorium domestico. È stato un anno di grande crescita, dove abbiamo iniziato a curare non solo le note, ma l’espressione e il sentimento di ogni accordo.
La nostra piccola “orchestra” si è allargata. Vedere Giovanni guidare la parte ritmica e Giuseppe partecipare con la sua energia è stato il coronamento di un sogno.
Eseguire il Valzer Romantico (composto dal M° Antitomaso) è stata una sfida che abbiamo preparato insieme. Vederlo oggi così sicuro mi fa capire che il seme è germogliato.
Il 2026 si apre con una sfida entusiasmante: il “Tango Apasionado” (Argentina) di Vito Nicola Paradiso. Questa esecuzione segna un momento importante nella nostra “Sinfonia del Cuore”, poiché richiede non solo precisione tecnica, ma anche una profonda intesa ritmica.
Vedere Giovanni muoversi con tale sicurezza tra le corde della chitarra è la prova che lo studio e la passione ripagano sempre. In questa rielaborazione per due chitarre, abbiamo cercato di far parlare gli strumenti, creando un dialogo serrato e vibrante. A rendere tutto ancora più speciale è stata la presenza del piccolo Giuseppe, che con la sua allegria ci ricorda il vero senso di questi momenti: la gioia di stare insieme.
Questa Pasqua non è stata solo una ricorrenza, ma una celebrazione della crescita, dell’armonia e di quel filo invisibile che la musica tende tra noi, rendendo ogni nota un ricordo indelebile.
Guglielmo Muoio non è solo un artigiano, ma un erede di una solida tradizione familiare, discendente da una famiglia che da due secoli vanta la tradizione nell’arte del presepe. Formatosi nei laboratori di famiglia, ha unito l’esperienza pratica a un percorso accademico rigoroso, frequentando la facoltà di Diagnostica e Restauro per i Beni Culturali presso l’Università Suor Orsola Benincasa. Questa preparazione gli permette di approcciare il presepe non solo come “creazione”, ma con una consapevolezza scientifica e storica dei materiali e delle tecniche.
Lo Stile: Il Settecento Napoletano
La sua specializzazione è il Presepe in stile ‘700, considerato il secolo d’oro del presepe napoletano. Le sue opere si distinguono per:
Realismo e Fisicità: Una continua analisi della realtà contemporanea trasposta nei volti e nelle posture delle figure settecentesche.
Materiali Tradizionali: Utilizzo di teste in terracotta policroma con occhi in vetro (per uno sguardo vivo), arti in legno intagliato a mano e corpi in stoppa e filo di ferro (che garantiscono la tipica mobilità dei pastori napoletani).
Sartoria di Alta Qualità: In questo è fondamentale la collaborazione con la moglie, Laura Loina, esperta in sartoria e ricamo, che veste i pastori con sete e tessuti pregiati (spesso richiamando le seterie di San Leucio).
Ars Neapolitana e Riconoscimenti Reali
Attraverso il marchio Ars Neapolitana, Muoio ha raggiunto vette di eccellenza tali da ricevere un prestigioso riconoscimento internazionale:
Nel 2016, S.A.R. Carlo di Borbone-Due Sicilie ha conferito a Guglielmo Muoio il titolo di Fornitore Ufficiale della Real Casa, un fregio che anticamente veniva concesso solo ai maestri di assoluto valore (come il celebre Giuseppe Sanmartino).
La Bottega come Luogo di Esperienza
L’atelier di Muoio (situato in via dei Tribunali, nel cuore del centro storico di Napoli) non è solo un punto vendita, ma un laboratorio aperto. È un elemento che potresti sottolineare nel tuo articolo per “La Rete dei Presepi”: l’idea della bottega come luogo di trasmissione del sapere, dove i visitatori possono vedere dal vivo la nascita di un pastore o di una scena presepiale.
Per approfondire l’opera del Maestro Guglielmo Muoio:
Clicca sulla foto e visita il sito ufficiale: guglielmomuoi.it
Scopri le collezioni di Ars Neapolitana. Clicca sulla foto e visita il sito
Guarda il 'dietro le quinte' e l'opera finita in questo video
Obiettivo Comune: Il Presepe Diffuso di San Martino Valle Caudina
A San Martino Valle Caudina (AV), il presepe rompe i confini della teca e si riprende lo spazio urbano. In questa tappa della nostra ricerca, il “diaframma” di Videonapoli si apre su un’iniziativa di grande impatto visivo e culturale, promossa dalla Pro Loco di San Martino Valle Caudina.
Una Via, Una Scenografia: La Natività a Misura d’Uomo
Nel cuore del centro storico, un’intera via è stata trasformata in un percorso immersivo. Le antiche botteghe, testimoni di un passato artigiano, sono tornate a vivere ospitando statue a grandezza naturale che compongono le scene della Natività.
Non è solo una mostra, ma un fermo immagine storico in cui il visitatore può camminare. Camminando tra queste figure, si ha la sensazione di entrare fisicamente nella “pellicola” della tradizione, dove l’architettura del borgo diventa la scenografia naturale di un racconto millenario.
Il Racconto Visivo: Dietro l’Obiettivo
Ho avuto il piacere di collaborare con la Pro Loco per documentare questa straordinaria iniziativa. Attraverso il mio obiettivo, ho cercato di catturare non solo l’imponenza delle statue a misura d’uomo, ma anche l’atmosfera magica che si respira tra i vicoli caudini, dove le luci e le ombre giocano con le texture della pietra e del sughero.
Il video che ho realizzato — una sinfonia di foto e riprese video — è stato scelto dalla Pro Loco come testimonianza ufficiale del Natale sammartinese.
“Un viaggio visivo tra fede e territorio, dove ogni bottega è una finestra sul mistero della vita.”
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Obiettivo Comune: “Il Presepe”, II Annualità alla Bachelet di Ciampino
Esistono progetti che vanno oltre l’orario scolastico e diventano “lunghe esposizioni” di vita e condivisione. È il caso della seconda annualità del progetto “Il Presepe”, un percorso che ho avuto il piacere di ideare e sviluppare presso l’I.C. Bachelet di Ciampino (RM), coinvolgendo l’energia creativa della classe II C (Scuola secondaria di primo grado – Plesso Nobile).
Un Progetto di Rete: Oltre la Cattedra
Se il presepe è un mosaico, questo lavoro è stato costruito pezzo dopo pezzo grazie a una collaborazione corale. Come docente, ho tracciato le linee guida, ma l’opera ha preso vita grazie al supporto prezioso dei colleghi, dei genitori e di tutto il personale della scuola. È stata una vera e propria “messa a fuoco” collettiva, dove ogni attore ha contribuito a rendere l’immagine finale nitida e carica di significato.
Imparare Creando: Il Manifesto della II C
Come riportato sulla pagina ufficiale del nostro Istituto, questo presepe è la sintesi di un Natale che profuma di manualità e tradizione. Non si è trattato solo di costruire figure, ma di sperimentare un metodo:
“Un progetto che unisce manualità, tradizione e lavoro di squadra. Ogni dettaglio racconta l’impegno, la creatività e l’entusiasmo dei nostri studenti. Un bellissimo esempio di come imparare… creando!”
La Visione di Videonapoli
Perché inserire questo progetto nella nostra ricerca? Perché la classe II C ha dimostrato che la tradizione del presepe non è un reperto del passato, ma un linguaggio vivo. I ragazzi hanno lavorato sui volumi, sulle luci e sulle proporzioni, comportandosi come piccoli registi di un set millenario.
Questo “scatto” di Natale 2025 resterà nella memoria della scuola come una testimonianza di quanto la cultura possa unire generazioni diverse intorno a un obiettivo comune.
Progetto ideato e curato dal Prof. Rosario Attanasio.
Il presepe non è solo una tradizione, è un fotogramma eterno che cattura l’anima di Napoli. In questa ricerca, apriamo il nostro diaframma sulla complessa arte presepiale: un ponte millenario che unisce sacro e profano, mettendo a fuoco dettagli storici e connessioni globali che partono dai vicoli di San Gregorio Armeno per parlare al mondo intero.
Se esiste un’immagine capace di sfidare il tempo senza mai sbiadire, quella è il presepe napoletano. Non è una semplice rappresentazione sacra, ma una “lunga esposizione” collettiva che dura da secoli: un fotogramma vivente dove la storia, la fede e il folklore si sono impressi su una pellicola eterna.
In questa ricerca, l’obiettivo di Videonapoli si sofferma su quei dettagli che sfuggono allo sguardo frettoloso. Il presepe è, per definizione, un ponte culturale: nelle sue scene, la Betlemme della natività si fonde con la Napoli del Settecento, accogliendo tra i pastori influenze orientali, mercanti cosmopoliti e frammenti di vita quotidiana che parlano al mondo intero.
Ogni statuina è un pixel di un mosaico più grande, ogni grotta è un diaframma che si apre sul mistero della vita. Esploriamo insieme come questa tradizione sia diventata la proiezione universale di un’anima cittadina che non conosce confini, capace di trasformare il fango e il sughero in una sinfonia visiva che continua a incantare l’infinito culturale.
Le Origini e il "Fuoco" di Greccio
Ogni grande opera ha un inizio, un primo scatto. Per il presepe, questo momento risale al 1223, quando San Francesco d’Assisi realizzò a Greccio la prima rappresentazione vivente della Natività. Ma se quello fu il “negativo” originale, è a Napoli che l’immagine ha trovato il suo sviluppo più complesso.
Già nel Trecento, le prime sculture lignee nelle chiese napoletane (come quella in Santa Maria del Parto) iniziarono a fissare la scena. Era una rappresentazione statica, quasi un fermo immagine solenne, lontano dalla vivacità esplosiva che avremmo visto nei secoli successivi.
Lo Sviluppo del "Settecento": Il Grandangolo sulla Città
È nel XVIII secolo che il presepe compie il suo salto tecnico e narrativo più audace. Sotto il regno di Carlo di Borbone, il presepe esce dalle navate delle chiese per entrare nei palazzi aristocratici, diventando una messinscena totale.
Qui l’obiettivo si allarga: non è più solo la Grotta a essere illuminata, ma l’intera città. La Napoli del Settecento entra prepotentemente nell’inquadratura con le sue taverne, i suoi mercati, i mendicanti e i nobili. È il trionfo del “sacro profano”: il Mistero della Natività diventa lo sfondo per raccontare la vita quotidiana, trasformando il sughero e la terracotta in un documentario iperrealista ante litteram.
Connessioni Globali: Un'Immagine senza Confini
Oggi il presepe napoletano non è più un fenomeno locale, ma un’esportazione culturale che ha creato ponti con ogni continente. Dalle collezioni del Metropolitan Museum di New York alle esposizioni in Spagna e Germania, l’arte dei nostri maestri presepiai parla un linguaggio universale.
Questa tradizione è riuscita a fare ciò che ogni grande fotografia ambisce a fare: fermare l’istante rendendolo eterno. Che sia una piccola capanna in un appartamento di periferia o l’immensa struttura di San Gregorio Armeno, il presepe continua a proiettare Napoli nel mondo, dimostrando che la cultura di un popolo può essere contenuta in una mano, plasmata nel fango e resa immortale dalla passione.
Dettagli in Macro: I Codici del Presepe
I Re Magi: Il Viaggio della Luce Rappresentano il cammino degli astri e il passare delle ore: oro per l’alba, incenso per il mezzogiorno, mirra per il tramonto. Sono i “viaggiatori globali” del presepe, il ponte che collega terre lontane a un unico punto focale. Simboleggiano la conoscenza che si inchina davanti alla semplicità.
Il Fiume: Lo Scorrere del Tempo In fotografia rappresenta il movimento; nel presepe, il fiume è il simbolo del confine. Con le sue acque, segna il passaggio tra il mondo dei vivi e l’aldilà, tra il passato e il futuro. È la linfa che attraversa tutta la scena, ricordandoci che la vita è un flusso costante che non si ferma mai davanti alla grotta.
L’Oste: La Tentazione del Riposo L’oste è la figura che “distrae” lo spettatore. Mentre tutto il mondo corre verso la Natività, l’osteria è il luogo della sosta, del cibo e del vino. Simbolicamente, rappresenta l’umanità che non si accorge del miracolo perché troppo impegnata nei piaceri materiali. È l’elemento di contrasto che rende la luce della Grotta ancora più intensa.
Benino: Il Fotografo del Sogno Benino è il pastore che dorme. La tradizione vuole che l’intero presepe sia il frutto del suo sogno. Se Benino si svegliasse, il presepe svanirebbe. Rappresenta la visione interiore, quella capacità di immaginare mondi possibili che è alla base di ogni creazione artistica e comunicativa.
Conclusione
Con questi ultimi dettagli, il nostro obiettivo ha completato la sua panoramica. Il presepe napoletano ci insegna che non esiste un’immagine troppo piccola per non essere importante: ogni pastore, ogni grotta e ogni riflesso d’acqua contribuiscono a creare quella sinfonia visiva che chiamiamo Napoli.
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